Viaggio tra i migranti fantasma nella Parigi sotto la neve

Lillo Rizzo, fotografo siciliano che vive a Parigi, in giorni di grande freddo ha documentato le sofferenze degli ultimi

Migranti a Parigi (foto di Lillo Rizzo)

Migranti a Parigi (foto di Lillo Rizzo)

Onofrio Dispenza 13 febbraio 2018

Oggi a Parigi c'è il sole. Alle spalle i giorni di grande neve e di freddo polare. Parigi sotto la neve ha fatto il giro del mondo. Foto e servizi televisivi a farci sgranare gli occhi per un glamour incipriato come mai. In quei giorni di grande freddo c'era un'umanità che soffriva, che provava a rifugiarsi sotto tende piccole e inadeguate che coi loro colori stendeva la bandiera di quel popolo diffuso e dolente fatto di migranti, rifugiati e senza tetto. Fatte salve un paio di eccezioni, giornali e tv si sono tenuti alla larga da questa umanità. Le foto del dolore e della disperazione disturbano, meglio la cipria sopra Parigi, sulle auto, sulle donne con l'ombrellino, lungo viali,  strade e parchi della luminosa capitale europea, con la tore Eiffel che faceva da zuccherino sulla grande torta di panna. 
Lillo Rizzo, fotografo siciliano che vive a Parigi, quei giorni di grande freddo le ha accompagnate con le sue foto. Nelle sue mani, uno straordinario diario per immagini. Non solo come fotografo, ancor prima da uomo che ben conosce i Sud del mondo, che ha dentro, come siciliano, la memoria delle partenze alla ricerca di un futuro meno crudele del presente e del passato.
 Sfogliamo le sue foto e riviviamo giorni e notti nei campi che sono nel cuore di Parigi, e che Parigi e il resto d'Europa, forze politiche e media compresi, fanno finta di non conoscere, o davvero non conoscono.

"All’inizio del nuovo anno - racconta - si forma un primo campo sul Canal San Martin a Jaurés formato da qualche centinaio di migranti. E un altro più grande a Porte de la Chapelle che si è spostato lungo la periferica sotto un ponte dietro il Centro umanitario. All’inizio di febbraio arriva la prima ondata di freddo. alle prime grandi nevicate mi reco prima al campo sul Canal San Martin a Jaurés". Luoghi che Lillo Rizzo conosce bene, che ha accompagnato fin dal nascere coi suoi scatti, anche nei giorni degli interventi pesanti della polizia, per cancellare quella ferita viva che si era formata. Sono soprattutto uomini, giovani e giovanissimi.
"La maggioranza di loro sono afgani sudanesi e liberiani. Per la prima volta dopo anni che mi occupo di migranti , ho visto una ventina di tibetani. La maggior parte di questi migranti parlano solamente arabo e un po’ d’inglese. In tutto saranno 300, 400 persone. Se si aggiungono ai sans papiers e ai senza tetto e si arriva a quasi 1500 persone. 
Quello che colpisce è l'assenza di un serio intervento dello Stato, l'inadeguatezza delle autorità cittadine, l'insufficienza della presenza delle organizzazioni, lo spontaneismo degli aiuti, che si appoggia soltanto su piccoli gruppi e sugli abitanti della zona.                         "Nell’ultima settimana, con l’arrivo del grande freddo e delle nevicate, nonostante il piano d’emergenza messo in atto dalla prefettura, lunedì 5 febbraio  per i 300, 400 rifuggitati dei due campi inizia il dramma. Inizio a fotografare sotto la neve, che in breve supera i 25 centimetri. Le tende già poco stabili, crollano. Le uniche persone che si mobilitano sono quelle del quartiere e qualche volontario, in maggioranza arabi. Iniziano a preparare pasti caldi ma non riescono a soddisfare il fabbisogno di tutti. I pasti vengono distribuiti senza alcuna organizzazione, il ché molto spesso provoca delle risse. Tutti ad accaparrarsi  più cibo possibile, vestiti, coperte, scarpe e legna per scaldarsi. Manca tutto. Il fatto più grave è che molti si sono ammalati e c’è assolutamente bisogno di medicinali, antinfluenzali e antidolorifici. Nei campi c'è stato qualche caso di inizio di assideramento; c’è bisogno con la massima urgenza di medici volontari per prestare un primo soccorso. La temperatura di notte è arrivata a -7/-9 gradi. C’è bisogno soprattutto dell’intervento urgente delle associazioni umanitarie per assicurare la distribuzione di pasti caldi almeno due volte al giorno..."
Le condizioni igieniche non sono mai state dignitose, la situazione dei giorni scorsi ha reso più drammatica la vita nei campi: 
"Ci sono solo due bagni chimici e non c’è un posto per farsi una doccia calda, si lavano con l'acqua fredda delle bottiglie di acqua minerale portata dalla gente del quartiere. La cosa che mi colpisce di più è l’assenza totale anche delle Ong e delle associazioni umanitarie   che hanno una preparazione in queste situazione di emergenza, soprattutto sanno come fare una distribuzione equa senza che si verifichino risse". I giorni più duri, ci suggerisce il "diario" di Lillo Rizzo, sono stati 7, 8 e 9  febbraio. "Soprattutto nel campo di Porte de la Chapelle.  In quei giorni mi ero incontrato con un mio amico fotografo, eravamo gli unici presenti. Decidiamo raccogliere  medicinali, antidolorifici e antinfluenzali da banco. In un paio d’ore abbiamo raccolto un po’ di medicine che abbiamo distribuito alla meno peggio. Non sono un medico, non conosco le sintomatologie, cerco di contattare telefonicamente la Croce Rossa francese e Msf (Médecins Sans Frontières) ma risponde sempre la segreteria telefonica...".

Il dolore e la sofferenza stancano. Incide sul corpo e sulla mente inquadrare e scattare le conseguenze della grande ingiustizia e della disparità che regola la vita degli uomini, eleggendo pochi, relegando tanti: " Sabato scorso la stanchezza ha avuto il sopravvento su di me. Sono andato al campo sul Canal San Martin a Jaurés. La giornata  era di sole ma fredda. Ho trovato una situazione ancora più difficile:  neve si era  sciolta e il campo era diventato un pantano. Ho fatto un paio di scatti a un gruppo di persone attorno ad un fuoco, qualcuno mi si è avvicinato e mi ha fatto capire che non avevano ancora pranzato. Ad aiutarli, solo un gruppo di 4 persone di colore che distribuiva caffe, the e qualche croissant. Nel frattempo la temperatura continuava a scendere e iniziava a piovigginare.  Nel tardo pomeriggio, arrivano alcune auto,  iniziano a distribuire abiti e sacchetti con viveri, riso con un po’ di pollo, una frutta e una bottiglia d’acqua. Ed è rissa per accaparrarsi qualche sacchetto in più, un  pantalone o un  giubbotto.  Ho avuto una specie  di déjà-vu, come se fosse la distribuzione di cibo in un Paese africano poverissimo.
Storie di fuga, di viaggi al limite dell'impossibile. Spesso con la morte alle spalle e l'altra faccia della morte lungo il cammino".
"In pochi hanno voglia di parlare e di farsi fotografe in faccia , soprattutto gli afgani. Anni di guerra alle spalle e adesso, mi racconta un ragazzo che non vuole dirmi come si chiama e con gentilezza mi prega di non fotografare il suo volto, è in atto uno scontro tra Talebani e l’Isis. Mi racconta che molti suoi parenti e amici sono stati massacrati dai Talebani semplicemente per il fatto che non si volevano arruolare. E’ preoccupato per la sua famiglia che ha lasciato in un villaggio afgano. Una famiglia che vive di pastorizia. Mi dà la sensazione come se si sentisse in colpa per averli abbandonati. Mi dice che ora che ha visto com’è l’Europa, vorrebbe ritornare nel suo Paese per stare vicino ai suoi cari, ritornare a lavorare con loro. Non riesco a capire quale rotta abbia fatto per arrivare in Francia. Un altro uomo dall’età indefinibile tra i 30 e i 50 anni con il volto coperto per il freddo mi racconta come è stato difficile convivere con la paura a Kabul, prima per i continui attentati dei talebani, adesso per il clima generale di insicurezza, la crescente islamizzazione della società da parte dell’Isis, la forte disoccupazione e la povertà. Lui vorrebbe raggiungere la Norvegia. C’è anche un gruppo di una decina di giovani tibetani, sorridenti. In inglese, mi chiedono una foto. Il loro è stato un viaggio molto rischioso e avventuroso. Hanno camminato per 2 mesi, da Lhasa, attraversando il Nangpa-La, superando un passo di 6000 metri  per arrivare ai confini nepalesi. Rifugiato vuol dire riuscire ad arrivare al confine nepalese ed essere imprigionato o rispedito in Tibet se non hai 2000 dollari per comprarti l’ingresso. Nascondersi di giorno e camminare di notte per non essere visti. Molti non ci riescono e per evitare la morte sicura preferiscono ritornare indietro".
Sono scappati dal Tibet perché il governo cinese in maniera scientifica sta cercando di eliminare l’identità Tibetana obbligando i bambini del Tibet a ricevere solo un’educazione cinese. Nelle scuole del Tibet sono bandite lingua e cultura Tibetana. Uno di loro mi mette in grande difficoltà dicendomi: “Perché nessuno dice niente? Perché invece si sono mossi in così tanti per aiutare i ribelli libici torturati da Gheddafi?"                                              Lillo Rizzo ha provato a spiegargli, anche con gesti, che quello che sta facendo è  raccontare di loro, denunciare quello che hanno passato e quel che sono costretti a vivere nel cuore d'Europa..
Un problema "negato" da autorità e dai media, eppure è una situazione che le tue foto accompagnano da tempo...
"E' una situazione che si ripete almeno da due anni. Il  momento più drammatico è stato lo sgombero dei due grandi campi che si erano formati a Av. De Flandre e sotto il lungo ponte della metro di Stalingrad nel novembre 2016. Io ho iniziato da allora a seguire e a documentare questo fenomeno dei campi improvvisati dai migranti e profughi. Ma questa volta la situazione è ancora più drammatica. Il freddo e la neve mi hanno fatto ricordare i rifugiati di due anni fa in Serbia, con gli enormi falò acceso in una stazione abbandonata di Belgrado, Parigi come Belgrado. Per Parigi non c’è stata alcuna attenzione da parte dei mass-media...".  

 Lillo Rizzo scattava foto drammatiche e "bellissime", le mandava ai maggiori quotidiani francesi e italiani, ma niente. Si aspettava che qualcuno le pubblicasse. Il giorno dopo, era sconvolgete, vedere sui quotidiani francesi che la notizia più rilevante era la neve, solo la neve, e le immagini pubblicate erano solo quelle di auto bloccate, di gioiose battaglie di palle di neve e discese con gli sci a Montmartre. Niente dei profughi che dormono in strada a Parigi. E si sapeva che le previsioni per i giorni successivi parlavano di altre forti nevicate con temperature che avrebbero raggiunto punte  di -10".                                     In Italia,  Repubblica  on line  pubblica una galleria di ben 32 foto. Mostrano la “Ville Lumière” gioiosa e giocosa sotto la neve. Al campo, solo un paio di fotografi e una sola troupe televisiva, spagnola, di “al jazeera  international”. Tra i giornali francesi solo “Liberation” il 10  febbraio pubblica un portfolio dieci foto non accompagnate da un racconto su quel che accadeva in quei luoghi.
  "A volte penso di lasciar perdere con questo lavoro...mi coinvolge emotivamente...spesso è molto avvilente...Ma non ci riesco a lasciarlo perché resto molto curioso; curioso di conoscere: E mi da molto sul lato umano, soprattutto quando mi occupo degli ultimi, delle persone invisibili a cui cerco di dare visibilità. E qualche speranza con la denuncia...  Se i mass-media dessero più attenzione a questi eventi straordinari, drammatici..."
E invece - mi dice Lillo Rizzo -  la stampa francese sta distogliendo l’attenzione sull’immigrazione. Il governo francese ha adottato una politica di repressione, fatta anche idi abusi, contro i migranti. Ci sono stati e continuano ad esserci arresti illegali, si sta cercando di accelerare una legge sulle espulsioni verso ”Paesi tersi sicuri”, che prevede il rinvio dei migranti in Paesi già attraversati al di fuori dell’Europa. Non un intervento contro questa proposta da parte della stessa “Gauche” o dell’intellighenzia  francese. Le manifestazioni a sostegno di migranti, rifugiati e sans papiers le fanno solo i centri sociali. 
A Parigi come a Roma per le piaghe che diventano sempre più profonde, lo sguardo altrove o una passata di cipria.