Trump nel caos, lascia il capo del Pentagono: le dimissioni dopo l'annuncio del ritiro dalla Siria

Il generale pluridecorato Jim Mattis abbandona polemicamente l'amministrazione: "il presidente merita un ministro della difesa che sia più allineato alle sue posizioni"

Jim Mattis e Donald Trump

Jim Mattis e Donald Trump

globalist 21 dicembre 2018
Ennesimo colpo di scena nell'amministrazione guidata da Donald Trump. Il capo del Pentagono Jim Mattis ha annunciato le proprie dimissioni e lascerà l'incarico di segretario alla Difesa entro fine febbraio. Lo ha annunciato dopo la bufera che ha travolto il presidente Usa per la decisione, inattesa, del ritiro delle truppe dalla Siria. E di dimezzare la presenza dei militari impiegati in Afghanistan.
"Il presidente americano Trump - ha spiegato Mattis nella lettera di dimissioni - merita un ministro della difesa che sia più allineato alle sue posizioni".
"Ho avuto il privilegio - ha scritto Mattis nella lettera di dimissioni consegnata alla Casa Bianca - di servire il Paese e sono orgoglioso dei progressi degli ultimi due anni. Poiché il presidente ha il diritto di avere un segretario della Difesa le cui vedute siano meglio allineate con le sue, su queste e altre materie, credo sia meglio per me fare un passo indietro".
Mattis, generale pluridecorato, ha accennato ai disaccordi con Trump sottolineando che gli alleati degli Stati Uniti dovrebbero essere valutati e rispettati e che dovrebbe esserci un "approccio non ambiguo" ad avversari come la Cina e la Russia.
"Una convinzione fondamentale che ho sempre sostenuto è che la nostra forza come nazione è inestricabilmente legata alla forza del nostro sistema unico e completo di alleanze e partnership", ha detto Mattis riferendosi alla coalizione di 74 nazioni che combatte lo Stato islamico in Siria e Iraq.
"Mentre gli Stati Uniti rimangono una nazione indispensabile nel mondo libero - ha proseguito ancora Mattis - non possiamo proteggere i nostri interessi o servire efficacemente questo ruolo senza mantenere forti alleanze e mostrare rispetto verso quegli alleati".
La reazione di Trump. La notizia delle dimissioni è stata subito commentata, via Twitter, dal presidente Usa che ha parlato di "pensionamento" di Mattis. Opposto il giudizio dei democratici che hanno espresso preoccupazione per il passo indietro del capo del Pentagono, considerato "un'isola di stabilità nel caos dell'amministrazione Trump", come ha osservato il senatore democratico Mark Warner.
Visto da tempo come baluardo contro gli impulsi isolazionisti e più estremi di Trump, Mattis è stato un tranquillo "riassicuratore in capo" mentre il presidente inviava tweet provocatori. E sulla questione Siria, aveva tentato di convincere il presidente americano del fatto che la missione anti-terrorismo non è finita e che una piccola presenza militare Usa dovrebbe rimanere. Mattis ha cercato inoltre di far capire a Trump che un ritiro di truppe Usa rischia di aumentare il caos e i problemi nella regione e il fatto che i consigli del generale siano caduti nel vuoto, conferma come Mattis, un tempo il più ascoltato consigliere per questioni militari, negli ultimi tempi abbia perso la sua influenza.
Lo strappo era apparso evidente già nei giorni scorsi quando Trump ha annunciato la scelta del generale Mark Milley, attuale capo dello Stato Maggiore dell'esercito come prossimo capo degli Stati Maggiori Riuniti, al posto del generale Joseph Dunford, che lascerà il prossimo anno. Mattis invece aveva raccomandato il capo dello Stato Maggiore dell'Aeronautica, David Goldfein.
L'addio di Mattis è solo l'ultimo colpo di scena alla Casa Bianca. Il turnover all'interno dell'amministrazione guidata da Trump non ha precedenti nella storia recente della nazione. Secondo la Brookings Institution, uno dei più prestigiosi think-tank statunitensi, si tratta del tasso più alto degli ultimi cinque presidenti.
Mattis, ricorda il New York Times, è il quarto membro del gabinetto a dimettersi o a essere allontanato dall'incarico in meno di due mesi. Gli ultimi erano stati Ryan Zinke, ministro degli Interni dimessosi a causa di una indagine federale sui fondi pubblici utilizzati per i suoi viaggi e per conflitto di interessi; il generale John Kelly, capo di gabinetto, che lascerà l'incarico alla fine dell'anno sostituito da Mick Mulvaney; Jeff Sessions, ministro della Giustizia, costretto alle dimissioni dopo essere scaduto dalle grazie del presidente; Nikki Haley, ambasciatrice degli Usa alle Nazioni Unite, che lascerà il Palazzo di vetro alla fine dell'anno sostituita dalla ex giornalista e portavoce del dipartimento di Stato Heather Nauert.
Ma ci sono anche Scott Pruitt, ministro dell'Ambiente, dimessosi la scorsa estate; H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale sostituito a marzo da John Bolton; Rex Tillerson, segretario di Stato licenziato sempre a marzo e sostituito da Mike Pompeo.