Le 'primavere' di Algeria e Sudan, simbolo della bancarotta politica del mondo arabo

Le vecchie categorie del 'panislamismo' e 'panarabismo' sono definitivamente fallite. I popoli scendono in piazza mentre Francesco e l'imam al-Tayyeb mettono il rispetto delle persone al primo posto.

Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyib

Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al Tayyib

Riccardo Cristiano 2 marzo 2019
Tempo fa una religiosa siriana rilasciò un’intervista a un quotidiano italiano nella quale affermava che “il Presidente, il popolo e l’esercito sono la nostra Santa Trinità”.
E’ molto interessante ricordarsene un mese dopo che Papa Francesco e l’Imam dell’università islamica di al Azhar, Ahmad al-Tayyeb, hanno firmato un documento storico, un dichiarazione congiunta sulla fratellanza umana. Questo documento ha un eccezionale rilievo storico e culturale perché non prospetta alcuna alleanza trono-altare, come a me è parso di scorgere in quell’intervista, piuttosto ha saputo porre e proporre l’urgenza di una piena e uguale cittadinanza per tutti anche nei paesi a maggioranza islamica, archiviando secoli di incomprensioni e discriminazioni.
L’islam spirituale, illuminato, ha sempre fatto riferimento al Patto di Medina, vedendovi un riferimento plurale e non discriminatorio, invece che alla prassi diffusasi dopo il XIV secolo, quando le invasioni dei mongoli cambiarono tanto. Per alcuni però è un documento avulso dalla realtà, segnata non dallo spirito del Patto di Medina ma dal terrorismo. Davvero?
Si direbbe invece che è un documento calato nella realtà araba, molto più in sintonia con la realtà sociale di quel mondo rispetto a tanta politica. Come spiegarsi i clamorosi eventi algerini e sudanesi, una sorta di nuova “primavera araba”?
Gli algerini, nonostante il loro devastante passato, non accettano più il regime cleptocratico e gerontocratico dei generali che ricandidano per la quinta volta consecutiva l’ultraottantenne Boutaflika alla presidenza, per quanto colpito da un grave ictus.
Analogamente i sudanesi non accettano più il regime tirannico di Omar al Bashir, incriminato per genocidio. E’ interessante notare come questi due regimi siano espressione dei “presunti opposti” del confronto arabo: il regime sudanese vicino ai sauditi, che alcuni definiscono “tradizionalisti” senza spiegare a quale tradizione facciano riferimento, quello algerino militare e “laico”, una laicità che non si riesce a capire proprio, visto il suo carattere dispotico e quasi assolutista.
In realtà questi campi sono avversi solo perché echeggiano un passato che in quella parte di mondo è ancora presente: i filo-americani da una parte ed i filo-sovietici dall’altra, anche se l’Unione Sovietica non c’è più.
Ma questi due campi, che si dicono panislamista il primo e panarabista il secondo, esprimono una bancarotta politica che ha ridotto il mondo arabo in condizioni non lontane da quelle che solo gli storici ricordano, proprio quelle citate in precedenza, quelle dei tempi delle invasioni dei mongoli. Due ideologie fallite che i popoli sfidano portando milioni di persone in piazza, ad Algeri come a Khartoum. E nel nome di cosa? Proprio nel nome della cittadinanza, nel nome cioè della trasformazione di stati che hanno cancellato la politica in Paesi moderni, dove l’uomo è un individuo rispettato in quanto tale e in quanto persona. Bisognerà ricostruire la politica per interpretare in termini nuovi questa nuova primavera di Khartoum e di Algeri, proseguimento di quella di Tunisi, del Cairo, di Sanaa, di Damasco. Ma la sua base è nella dichiarazione firmata da Papa Francesco e dall’Imam al Tayyeb, appena un mese fa.
Ha dunque un grande rilievo il primo incontro di confronto e riflessione, un mese dopo quella firma, sulla dichiarazione. Promosso dal Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service, presso la Chiesa del Caravita, nel centro di Roma, in Via del Caravita.
L’incontro vedrà a confronto il direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, e l’imam di Firenze, Elizir Ezzeddin, presidente emerito dell’Ucoii. Ma, con altri importanti protagonisti di questo processo, come la professoressa Paola Pizzo, della Comunità di Sant’Egidio, ci sarà anche, fatto inusuale, un leader politico del Medio Oriente, l’ex deputato libanese Fares Souaid, oggi animatore del centro per il dialogo “Madonna della Montagna”, quella montagna che accanto alla condivisa Beirut è la storia complessa del Libano cristiano, ma anche sunnita, sciita, druso.
Se si considera che la Chiesa italiana è già impegnata nella preparazione dell’incontro Mediterraneo che avrà luogo a inizio del 2020 sul Mediterraneo viene da domandarsi se l’incontro del prossimo lunedì non sarà l’occasione anche per capire se le idee della religiosa siriana citata all’inizio siano compatibili con la dichiarazione firmata da Francesco e dall’Imam al Tayyeb. Francamente sembra complesso.
Uno spirito cesaropapista echeggia nelle sue strane parole, mentre Bergoglio per firmare questa dichiarazione è andato nella penisola arabica proprio come ottocento anni prima di lui un altro Francesco, a tutti noto come il Poverello di Assisi, andò a Damietta: senza eserciti.