In Israele Gantz fa il Netanyahu: porte in faccia agli arabi israeliani

A venti giorni dal voto, Benny Gantz rompe con la Joint List, la Lista araba unita, terza forza alla Knesset (13 seggi) che i più recenti sondaggi danno in crescita.

Benny Gantz

Benny Gantz

Umberto De Giovannangeli 13 febbraio 2020

La porta si è chiusa. A venti giorni dal voto, Benny Gantz rompe con la Joint List, la Lista araba unita, terza forza alla Knesset (13 seggi) che i più recenti sondaggi danno in crescita. “Le considerazioni del leader di Kahol Lavan rappresentano uno schiaffo in faccia agli israeliani democratici – ebrei e arabi – che desiderano un cambiamento nella direzione politica di Israele – scrive Haaretz in un commento in rima pagina”.


.Durante l’ inaugurazione della sede del suo partito per le  le donne arabe a Kafr Bana, Gantz ha dichiarato che la Joint List  non può far parte di alcun governo che formerà.


"Vi sono profondi disaccordi tra me e la lista riguardo alle questioni diplomatiche, nazionali e di sicurezza", ha affermato l’ex capo di Stato maggiore di Tsahal. . "I miei disaccordi con la sua leadership sono seri e incolmabili."


Le affermazioni di Gantz sono arrivate in risposta ai commenti del presidente della Joint List Ayman Odeh Parlando alla radio dell'esercito, Odeh ha affermato che il suo partito non sosterebbe la candidatura di Gantz a primo ministro se prima non vi fosse  "una sua chiara dichiarazione contro il trasferimento e l'annessione" in risposta al "Piano del secolo” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.


Porta in faccia


“È molto probabile che rifiutando una partnership con gli arabi, Gantz abbia sbattuto la porta sulla possibilità di formare un governo che avrebbe sostituito il regime di Netanyahu”, annota l’editoriale di Haaretz. Kahol Lavan – sottolinea  il giornale progressista di Tel Aviv - fu formato come alternativa al governo di destra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ma ora, con poche differenze ma alcune sfumature di stile, non è chiaro perché il partito di Gantz debba essere preferito rispetto al regime attuale. È vero che Gantz non è stato accusato di corruzione, ma un'alternativa politica deve presentare un programma politico alternativo, , non solo essere una versione economica e pallida di ciò che è già in atto”.


Dopo le ultime elezioni, ricorda ancora Haaretz, Odeh ha fatto un passo coraggioso convincendo la maggior parte dei parlamentari della Joint List  (10 su 13) indicare  al presidente Reuven Rivlin Gantz come premier incaricato.  Odeh ha anche presentato un'agenda sociale volta a migliorare la qualità della vita dei cittadini arabi israeliani. “Gantz e Odeh potrebbero determinare quel  radicale cambiamento di cui Israele ha bisogno tanto quanto gli israeliani hanno bisogno di aria per respirare.


Cooperando, potrebbero offrire un modo per curare le ferite che anni di governo violento, razzista e infiammatorio di Netanyahu hanno inflitto alla società israeliana. Ma inclinandosi verso destra, Kahol Lavan ha scelto di lasciare in sospeso la mano tesa degli arabi”, conclude Haaretz.


Parla Ayman Odeh


Una posizione, quella di Gantz, che rischia di creare un fossato incolmabile tra il leader di Blu Bianco e la sinistra israeliana, oltre che con i partiti arabi israeliani riuniti nella Joint List. Dal leader dei laburisti, Amir Peretz, è arrivato lo stop a qualsiasi ipotesi di passo unilaterale: “Determineremo il nostro destino tramite negoziati diretti con l’Autorità palestinese che si concluderanno con un accordo che metterà in sicurezza uno Stato ebraico e democratico all’interno di confini sicuri per le generazioni future”. La corsa all’annessione della Valle del Giordano e delle colonie è in ogni caso fuori discussione per un governo ad interim, ha aggiunto Peretz, puntando il dito contro la mancanza di legittimità. Raggiungiamo telefonicamente Ayman Odeh, il leader della Joint List , la Lista araba unita, che recenti sondaggi danno in crescita nel voto del 2 marzo (dagli attuali 13 seggi a 14-15, confermandosi terza forza alla Knesset): “Gantz commette un ,grave errore nel rincorrere Netanyahu sul suo terreno. – dice Odeh a Globalist - Forse così pensa di accreditarsi presso la Casa Bianca, di certo provoca una frattura nel campo democratico e progressista israeliano. Su questo punto voglio essere molto chiaro: la Joint List non appoggerà mai un governo che abbia nel suo programma la realizzazione del Piano Trump, anche se di quel governo non dovesse far parte Benjamin Netanyahu. Quel piano, insisto, è unilaterale, pericoloso e rischia di alimentare una nuova escalation di violenze. Ma forse è proprio questo l’obiettivo di Netanyahu e dei suoi sostenitori americani: stravolgere l’agenda politica israeliana, riproponendo l’emergenza sicurezza come assoluta priorità. Gantz è caduto in questa trappola. Noi non lo seguiremo. Non è proseguendo sulla strada della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati che Israele potrà raggiungere una pace giusta e duratura con i palestinesi. Una pace fondata sulla soluzione a due Stati. L’alternativa è istituzionalizzare il regime di apartheid nei Territori, ma questo darebbe un colpo mortale alle residue speranze di pace. Noi vogliamo vivere in un luogo pacifico basato sulla fine dell’occupazione, sulla creazione di uno Stato palestinese accanto allo Stato d’Israele, sulla vera uguaglianza, a livello civile e nazionale, sulla giustizia sociale e sicuramente sulla democrazia per tutti”.


 


“Trump ha dichiarato la Terza Nakba”, rilancia Gideon Levy, icona del giornalismo radical israeliano. Con la Valle del Giordano  e la maggior parte delle colonie della Cisgiordania sotto la sovranità israeliana, i Palestinesi hanno la garanzia che non avranno mai né uno Stato, né un mezzo Stato, un governo cittadino o un quartiere. Null’altro che una colonia penale – scrive su Haaretz Levy – Con l’annessione della Valle del Giordano e della maggior parte delle colonie, Donald Trump rende ufficiale la creazione di uno stato d’apartheid che sarà conosciuto come lo Stato di Israele. Ciò che Herzl iniziò a Basilea, Trump lo ha completato a Washington. D’ora in poi sarà impossibile lasciare che la comunità internazionale, soprattutto quella presuntuosa che si autodefinisce ricercatrice del bene, continui a ciarlare della soluzione dei due Stati. Non esiste una cosa del genere. Non c’è mai stata. Non ci sarà mai. Se la comunità internazionale, e con essa l’Autorità Palestinese, sperano di risolvere il problema palestinese, hanno una sola strada da percorrere: l’instaurazione di una democrazia dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano. Non resta nient’altro”.


Prosegue Levy:Ma le notizie che vengono da Trump e la capitolazione del mondo di fronte ad esse sono ancor più funeste. Trump sta creando non solo un nuovo Israele, ma un nuovo mondo. Un mondo senza diritto internazionale, senza rispetto per le risoluzioni internazionali, senza neanche una parvenza di giustizia. Un mondo in cui il genero del Presidente degli Stati Uniti è più potente dell’Assemblea Generale dell’ONU. Se le colonie sono permesse, qualsiasi cosa è permessa. Quel che è stato conquistato con la forza militare bruta potrà essere liberato solo con la forza. Nel mondo di Trump e della destra israeliana, non c’è posto per i deboli. Essi non hanno diritti. Da ora in poi, o ci sarà un individuo e un voto – il singolo voto di Trump (e di Benjamin Netanyahu) – o il voto uguale di ogni individuo che vive in Israele-Palestina. Europei, Palestinesi e Israeliani: è arrivato il momento di scegliere tra i due scenari”.


Integrazione o apartheid: tertium non datur – incalza Zeev Sternhell, il più affermato storico israeliano -  Certo, sul piano dei principi resta la soluzione ‘a due Stati’, e qui c’è la responsabilità storica della comunità internazionale, non solo degli Stati Uniti e dell’Europa ma anche dei Paesi arabi, nel non aver forzato su questo punto quando ne era il tempo. Oggi, di fronte alla realtà degli insediamenti nella West Bank, ad una presenza di oltre 400mila israeliani-coloni, a me pare francamente improbabile, per non dire impossibile, realizzare questa soluzione. Ma a Gerusalemme come nella West Bank, non devono esistere due leggi e due misure, una per i cittadini ebrei e l’altra, penalizzante, per i palestinesi. Ritengo peraltro che la prospettiva di uno Stato binazionale democratico possa essere un terreno d’incontro, di iniziativa comune, tra quanti, nei due campi, credono ancora nel dialogo e nella convivenza. Mi lasci aggiungere che credere in uno Stato binazionale non significa che le comunità che ne fanno parte rinuncino alla propria identità. Integrazione non è sinonimo di omologazione, di azzeramento delle diversità. Io penso che siano nel giusto i Palestinesi a voler essere persone libere e aspirare al benessere soprattutto per i giovani. Ecco, io credo che, nelle condizioni date, questa aspirazione sia più praticabile in uno Stato binazionale. E questo discorso vale ancor più oggi, alla luce del Piano di Trump, che altro non è che l’ennesimo regalo elettorale fatto all’amico Netanyahu. Se un ‘pregio’ quel Piano ha – conclude Sternhell – è avere formalizzato ciò che da tempo era chiarol’impossibilità di realizzare una pace fondata su due Stati, visto che la colonizzazione dei Territori, portata avanti con la complicità della comunità internazionale, che nasce ben prima dell’avvento di Trump, ha cancellato sul terreno la possibilità di uno Stato palestinese degno di questo nome, a meno che non si intenda spacciare per ‘Stato’ un bantustan mediorientale”.


Ora il fronte di centro-sinistra si scopre diviso e rischia così di consegnarsi alla destra. Un regalo a Benjamin Netanyahu, e al suo mentore della Casa Bianca.


La black list che fa infuriare Bibi


Intanto, Le Nazioni Unite hanno pubblicato una lista di 112 società che svolgono attività nelle colonie israeliane considerate illegali. Tra queste Airbnb, Expedia e TripAdvisor. La lista è contenuta in un rapporto del commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet. "Chi ci boicotta sarà boicottato", avverte Netanyahu in riferimento alla black list. "Invece di occuparsi dei diritti umani - ha aggiunto - la Commissione cerca solo di denigrare Israele e noi respingiamo questo tentativo in maniera totale e con disgusto".
  Per l'Anp invece la pubblicazione della black-list costituisce "una vittoria del diritto internazionale e degli sforzi diplomatici volti a prosciugare le risorse del sistema coloniale rappresentato dagli insediamenti illegali nei Territori palestinesi", dichiara il  ministro degli Esteri palestinese Riad al-Maliki. Silente Gantz, un “Netanyahu” dalla faccia pulita.