Zanda, Prodi, la seduta spiritica del caso Moro e le verità mai dette

Il renziano Lotti ha accusato Zanda per il suo coinvolgimento su una storia controversa del sequestro del presidente Dc. Ma le cose dimostrano una storia diversa

Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse

Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse

Gianni Cipriani 14 giugno 2019

La malinconia è vedere persone sedute fianco a fianco per mesi e anni e poi, nel momento della crisi, il rinfaccio di storie vecchie e che - comunque - se fossero state giudicate gravi avrebbero dovuto impedire una collaborazione politica anche prima.
Perché le accuse di Luca Lotti non riguardano tanto Zanda, quanto piuttosto contro Romano Prodi, che della seduta spiritica fu il protagonista.
Una storia vecchissima, ma che conosco per averci già molti anni orsono lavorato a lungo,  per aver parlato con alcuni dei protagonisti di quella vicenda e come consulente della commissione Stragi e di quella Mitrokhin.


I contolli farlocchi in via Gradoli
La riassumo brevemente: due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte della Brigate Rosse la polizia andò in via Gradoli, stradina sulla Cassia a Roma, con il compito di perquisire il palazzo al numero 96. Uno delle migliaia di controlli, più o meno alla cieca, più o meno dietro soffiate o mezze soffiate, anche se la zona era già stata segnalata dall’Ucigos. 
Durante i controlli due persone (una delle quali si accertò dopo confidente della polizia) segnalarono che da un appartamento dello stesso pianerottolo di notte sentivano dei rumori simili ai ticchettii dei segnali morse.
La polizia bussò all’appartamento, ma non aprì nessuno. Nonostante gli ordini fossero quelli di non lasciare alcun appartamento senza controllo, ma di entrare con le buone o con le cattive, i poliziotti inspiegabilmente se ne andarono. Mentre i due inquilini chiesero di trasformare la loro testimonianza in un appunto da far arrivare ad un dirigente della questura di Roma, poi risultato iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli.


La seduta spiritica
Il due aprile del 1978 nella provincia di Bologna Mario e Gabriella Baldassarri, Franco e Gabriella Bernardi, Adriana, Alberto, Carlo e Licia Clò, Emilia Fanciulli, Fabio Gobbo, Flavia e Romano Prodi si ritrovarono insieme.
 E lì il nome di Gradoli spuntò di nuovo.


Raccontò Prodi alla commissione d’inchiesta: “In data 2 aprile 1978 in località Zappolino, sito in provincia di Bologna, fummo invitati dal professor Clò (Alberto Clò, economista, ndr) a trascorrere una giornata nella sua casa di campagna, insieme alle nostre famiglie.”
Nel pomeriggio, dopo aver pranzato, ed a causa del sopravvenuto maltempo, lo stesso Clò suggerì di fare il gioco del piattino (un piattino su cui tutti i presenti poggiano il dito dopo aver evocato uno spirito guida sottoponendogli alcune domande). L’idea conseguiva all’interesse che in quei giorni – da più parti – fu alimentato intorno a fenomeni di tale natura, senza per altro che nessuno dei presenti avesse predisposizione alcuna di tipo parapiscologico”.
"Tra i partecipanti alla seduta vi ero io, che sono un economista, il professor Gobbo, che ha la cattedra a Bologna di politica economica, il professor Clò, che ha l’incarico di economia applicata all’Università di Modena e che si interessa di energia, ma di petrolio, non di fluidi. Vi era anche suo fratello che è un biologo, non so di quale branca, anche se mi pare genetica, e vi era anche il professor Baldassarri che è economista, ha la cattedra di economia politica all’Università di Bologna. Tra le donne vi erano mia moglie, che fa l’economista, la moglie del professor Baldassarri, laureata in economia, ed altre che non so cosa facciano professionalmente".



Lo spirito evocato, secondo il racconto, fu quello di Giorgio La Pira. Ed il nome di Aldo Moro da poco rapito fu associato a quello di Bolsena, Viterbo, Gradoli.



Prodi il giorno dopo riferì di questa circostanza ad un suo amico criminologo che avvertì un funzionario della questura di Bologna. A sua volta il professore scese il 4 aprile a Roma dove raccontò di questo episodio al capo della segreteria politica di Zaccagnini (segretario della Dc) e al ministro democristiano Beniamino Andreatta.
Il segretario di Zaccagnini telefonò allo staff del ministro dell’Interno Cossiga e a rispondere fu uno stretto collaboratore del ministro, ossia Luigi Zanda, attuale senatore del Pd.
Zanda trasmise l’appunto al capo della polizia che fece fare il giorno dopo una sorta di rastrellamento al paese di Gradoli, in provincia di Viterbo dove non si trovò nulla.
La vedova Moro sostenne di aver chiesto se Gradoli fosse anche il nome di una via Roma ma le dissero che non esisteva (ovviamente era falso).


La scoperta del covo delle Brigate Rosse
Accadde poi che il 18 aprile in via Gradoli arrivarono i Vigili del Fuoco allertati da un’inquilina che, dopo aver sentito rumori di passi frettolosi dal piano di sopra, si era accorta che che il soffitto del suo bagno si stava allagando. Quando i pompieri entrarono scoprirono che quell’appartamento era un covo della Brigate Rosse affittato dall’ingegner Borghi, ossia Mario Moretti, quello che era considerato (le cose erano un po’ più articolate) il capo delle Brigate Rosse.
Lo stesso giorno Zanda si fece rimandare in visione l’appunto nato dalle segnalazioni di Prodi, probabilmente perché gli era rimasta impressa la storia di Gradoli, accaduta pochi giorni prima.


Le rivelazioni del 1991
Aggiungo che anni dopo, nel 1991, insieme all’ex senatore Sergio Flamigni, il più attento studioso del caso Moro, raccogliemmo la testimonianza dell’ex capitano del Sid Antonio Labruna (che in quel periodo aveva cominciato a raccontare numerose verità su stragi e terrorismo anche alla magistratura) che ci raccontò come lui stesso, a sua volta informato una sua fonte, aveva fatto avere la notizia di via Gradoli al Sismi.
L’incredibile sequenza di eventi, di segnalazioni, la stessa curiosa circostanza dell’allagamento (i brigatisti rossi si sono sempre attestati sulla linea della casualità) hanno sempre fatto pensare sia a me sia a tanti che si sono occupati del caso che in quel giorni ci sia stato un lavorio sotto traccia per portare la polizia al covo delle Brigate Rosse mentre qualcuno ha fatto di tutto per non scoprirlo.
Ma ovviamente una prova provata non c’è, anche se i fatti sono troppo concatenati per essere liquidati come casualità e pressappochismo.


L'ipotesi di una fonte coperta
Quanto alla seduta spiritica c’è da dire che nessuno ragionevolmente ci può credere davvero. Al di là dei legittimi dubbi scientifici sull’esistenza degli spiriti, ipotizzare l’anima di don Luigi Sturzo indicare in maniera così vaga Gradoli fa sorridere. Almeno a me e a tanti che hanno lavorato sul terrorismo studiando le fonti primarie.
Devo anche aggiungere che sempre all’inizio degli anni Novanta alcuni ex brigatisti mi dissero che alcune delle persone che avevano partecipato alla seduta spiritica avevano parenti e conoscenti che erano a loro volta vicini all’estrema sinistra bolognese, ossia a quel movimento nel quale qualche notizia di provenienza brigatista poteva essere orecchiata.
In questo caso l’espediente della seduta spiritica potrebbe essere stato un modo per salvaguardare la vita di qualcuno che stava cercando di aiutare lo Stato a catturare i brigatisti e salvare Aldo Moro.
Uno stato in quel momento ampiamente infiltrato dalla P2 e sul quale è legittimo avere più che una riserva su efficienza e volontà politica.
Questa storia è stata da sempre oggetto di ricerche ma anche di speculazioni politiche. E il problema, semmai, non è di chi cercò di far arrivare alle forze dell’ordine informazioni utili, ma semmai di chi si girò dall’altra parte.
Il ruolo di Zanda (a meno di non chiedergli di rispondere politicamente di tutto l'operato di Cossiga) obiettivamente fu nello specifico del tutto marginale e tirarlo fuori adesso è strumentale.
Questa è più o meno la storia che conosco per aver studiato i documenti e parlato con i protagonisti dell’epoca.
Che ci sia del non detto è evidente. Ma in quel 1978 - nell’Italia piduista - è certo che chi ha cercato di far scoprire via Gradoli non stava dalla parte dei ‘cattivi’.
Se tutte quelle indicazioni avessero visto la risposta di uno Stato efficiente forse Mario Moretti sarebbe stato catturato e chissà se il sequestro Moro sarebbe finito lo stesso con la morte del presidente della Dc.
Con i se non si fa la storia. Ma è meglio lasciare il caso Moro agli storici e non utilizzarlo per gettare in maniera scomposta fango su chi, fino al giorno prima, era l’accettato compagno di banco e di partito.