Storia di Maddalena e delle ragazze vittime della tratta di esseri umani

In Italia sono circa 120.000 le vittime della tratta, provenienti prevalentemente da Nigeria, Romania e Albania, per un numero di clienti stimato di 3 milioni persone

Vittime della tratta di esseri umani costrette a diventare prostitute

Vittime della tratta di esseri umani costrette a diventare prostitute

globalist 30 dicembre 2018

di Francesca Cardia
Maddalena ha 20 anni quando il fidanzato, albanese come lei, la convince a raggiungerlo in Italia.


Maddalena  è incinta di suo figlio, e con fiducia decide di seguire l’amore della sua vita in un Paese straniero, nel quale lui e una comune amica le hanno trovato un lavoro ben pagato come baby sitter.


Tutto è pronto per partire, voltare pagina e iniziare una nuova vita.


Quando Maddalena arriva in Italia, trova l’amica comune, una sua ex vicina di casa a Tirana, a prenderla all’aeroporto di Milano.  Del suo fidanzato nessuna traccia ma non ha ancora nessun sospetto di ciò che le sarebbe capitato da quel giorno, ogni giorno.


Scopre ben presto una realtà diversa da quella  che aveva immaginato: come lei stessa racconta, è stata “buttata in strada” da subito. L’amica, o quella che considerava come tale, le dice che non c’è nessun lavoro come babysitter ma che se si fosse comportata a modo e avesse seguito i suoi ordini, tutto sarebbe andato bene. Avrebbe dovuto indossare stivali lucidi e la gonna più corta che aveva;  e sorridere, sorridere sempre.


La disperazione di Maddalena è fortissima, nel suo angolo di marciapiede scoppia in lacrime, sente tutto il peso del tradimento subito dall’uomo di cui porta il figlio in grembo.


La costringono a lavorare, giorno e notte, ci racconta.


Ritmi sfiancanti, sempre su quello stesso marciapiede, sempre circondata dagli stessi orrori, giorno dopo giorno. E l’unica cosa che le permette di andare avanti è suo figlio che cresce dentro di lei.


Il numero di cellulare del fidanzato risulta non più attivo a partire dal giorno in cui M. arriva in Italia; lei prova comunque a chiamarlo per chiedergli aiuto:  non sa rassegnarsi  e vorrebbe ancora avere fiducia nei confronti di lui, unica persona conosciuta nel Paese ostile.  Ma il dubbio della sua complicità si insinua inesorabile tra i pensieri di Margherita..


Quando un giorno prova a scappare, viene subito ritrovata e pestata a sangue. Ancora una volta, il suo pensiero va al bambino che deve nascere, e ha paura di perderlo. Continua a lavorare.


Lui resiste, e Leo nasce una notte di gennaio.


Dopo nemmeno una settimana dal parto, M. è di nuovo costretta a tornare in strada. Leo viene strappato ogni giorno alle cure amorevoli di sua madre, per sostare a casa di qualche individuo sconosciuto nell’incuria più totale.


Quella di Maddalena è una storia vera , triste ma a lieto fine: ad aprile incontra una donna che arriva in macchina sul marciapiede dove lavorava e le parla. Le chiede “come stai?”, domanda che M. risente dopo tanto tempo, ed è il primo contatto che scambia  degno di essere definito umano dopo tanto tempo, al di fuori dei momenti passati con figlio. Dopo qualche visita, la donna la convince a scappare con lei per rifugiarsi in una casa d’accoglienza, assieme a Leo ovviamente, ed ora i due vivono una vita felice in cui M. è grata ogni giorno di non vivere più quell’incubo.


 


Quante volte siamo passati in macchina nelle fredde sere d’inverno e abbiamo visto ragazze in abiti vistosi e succinti riscaldarsi al fuoco di un falò improvvisato ai bordi della strada? Quante volte abbiamo allungato il passo o persino evitato una zona “poco sicura”, magari perché frequentato poco lontano da ragazze dall’ambiguo lavoro, e dai loro clienti?..


Sono andata a parlare con le ragazze,  in strada.  Assieme con le persone di un’associazione da molti anni si occupa di offrire un sostegno,  a volte la possibilità di fuga, alle vittime della tratta.


Ho chiesto loro di raccontare la loro storia, e in particolare i motivi che spingono un uomo o una donna a vendere il proprio corpo, a offrire carezze e consumare l’intimità sessuale a pagamento, per ogni offerente.


In Italia sono circa 120.000 le vittime della tratta, provenienti prevalentemente da Nigeria, Romania e Albania, per un numero di clienti stimato di 3.000.000 di persone.  Il giro d’affari  è pari a 90 milioni di euro annui.


Il 37% delle prostitute di strada ha età comprese tra i 13 e i 17 anni.


Nel  mondo sono stimate per 21 milioni le persone che si prostituiscono (di cui 18% sono uomini, 12% sono bambini, 21% sono bambine).


Noi siamo stati nella zona di Massa-Sarzana-Pisa-Firenze (Liguria e Toscana),  zona interessata dal fenomeno della tratta di esseri  umani e ogni zona ha le sue specificità, all’interno del grande mercato nazionale del racket della prostituzione.


Nella zona di Sarzana si trova il giro delle Nigeriane.


La loro storia è fatta di povertà e desiderio di riscatto sociale: vengono da villaggi poverissimi, nei quali le loro famiglie, nonostante tante fatiche, non riescono a offrir loro niente di più della miseria più nera.


In questo scenario di arretratezza e povertà, senza prospettiva futura, ecco intervenire le madames (o mamam): donne più in là negli anni che conoscendo personalmente ciascuna ragazza offre loro la possibilità di dare una svolta alla vita andando a vivere in Italia o in un altro Paese dell’Europa occidentale.


L’offerte delle salvatrici consiste nel fornire un prestito alla ragazza, che si aggira tra i 30.000 e 50.000 euro: infatti avranno bisogno di molti contatti e soste lungo il loro viaggio clandestino tra l’Africa e l’Europa.


Per sancire l’accordo, la mamam esegue con ogni ragazza un rito vodoo:  secondo la loro cultura è un mezzo potentissimo che lega le due parti e assicura la giusta vendetta nel caso di insubordinazione al patto. Può essere sciolto solo quando il debito viene onorato, o alternativamente chi ha eseguito il rituale magico può eseguire un contro-incantesimo nel quale libera dal potere del vodoo l’altra persona. Il che non avviene quasi mai.


Laddove non dovesse essere sufficiente la magia, non bisogna dimenticare che la madame conosce il villaggio dove è nata, e persino la capanna dove risiede la famiglia della giovane. Sono diverse le ragazze che ci hanno confessato che avrebbero provato un’immensa vergogna nel lasciare i propri familiari in balia delle ritorsioni delle mamam e dei loro complici, eventualità che si sarebbe concretizzata nel caso di una loro fuga o interruzione di pagamento.


Così, dopo il rito vodoo e dopo aver ricevuto il prestito, inizia il viaggio delle nigeriane:  il loro sogno è trovare un lavoro ben pagato in un luogo dove non ci sono guerre né carestie, dove tutti sono ben vestiti e felici. Purtroppo solo in pochi casi le mamam spiegano loro che la loro occupazione sarà prostituirsi, mentre in molti altri si prospetta loro un lavoro come cameriera, aiuto-pulizia, e simili..


Dalla Nigeria all’Europa, il passaggio obbligato è in Libia: infatti questo è l’unico Paese Nord-Africano in cui sono ancora aperte (parzialmente) le frontiere. Tutti coloro che sono passati da lì, nel sentirlo anche solo nominare si oscurano in viso, e pianto e rabbia è ciò che si percepisce. Quasi nessuno è riuscito a raccontarci quanto ha visto e vissuto in quella terra, ma qualcuno ha segni di violenze, e cicatrici in tutto il corpo, come ricordo indelebile di quella parte del loro viaggio.


Quello che si sa è che si tratta di una detenzione forzata in delle sorte di campi di concentramento in cui uomini e donne sono rinchiusi. Non hanno possibilità di scappare poiché controllati a vista da uomini armati; molte persone muoiono in quelle prigioni e le donne sono sistematicamente violentate dalle guardie dei campi.


Chi è così fortunato, dopo mesi o anni di lavoro, da sopravvivere e riuscire a racimolare abbastanza soldi per imbarcarsi, affronta la seconda parte del viaggio. Su barconi fatiscenti alla volta dell’Europa, evitando i pattugliamenti che, lungo le coste del Paese africano, hanno il compito di bloccarne l’uscita.


Ma quella della Libia è una storia a sé..


Ora la storia di Noemi.


Noemi ha 19 anni e la incontriamo una sera in un distributore vuoto, dove ascolta musica con le cuffie mentre aspetta i clienti. Ci racconta che è in strada da circa un anno e impiegherà almeno altri due anni di lavoro in strada per ripagare il debito (in media impiegano 2-4 anni).  Quasi tutte le ragazze riescono a risparmiare una piccola quota mensile da inviare alla famiglia (chi invia 50 chi 200 euro): spesso hanno fratelli più piccoli ai quali in questo modo riescono a garantire una vita più dignitosa di quella che loro hanno avuto, e magari permettere loro di ricevere un’istruzione.


Noemi ha gli occhi grandi e tristi, lo sguardo pazzo e triste. Ci dice (parla solo inglese) che per lei va bene stare lì, “è un lavoro come un altro” dice.. Ma il pianto del suo sguardo comunica altro: solitudine e disperazione.  Ma le nigeriane amano la vita e quando dal marciapiede affianco ci raggiunge una sua amica, si mettono a ballare sul suono della musica, a ridere e scherzare.


N. ci mostra un crocifisso nascosto sotto la giacca e dice di essere cristiana. Dice anche di saper cantare: ci vengono i brividi quando canta qualche gospel cristiano con la sua voce d’angelo, in quel distributore vuoto..


 


Nella zona di Massa si trovano le ragazze dell’Est Europa.


Qua è infinita la disperazione. Molte delle ragazze sono drogate, perché le aiuta a superare le violenze della strada. Dopo qualche mese ti abitui alle violenze della strada, dicono.


La droga,  di pessima qualità com’è quella per i poveri, è per loro importante: aiuta a distaccarsi dall’incubo di ogni giorno e notte,  “a sentirti meno in te come persona” ci raccontano. E poi la dipendenza da sostanza cresce, e arrivano a prostituirsi anche per comprarsi la droga. Con tale circolo vizioso aumenta il numerop di clienti minimo per ogni sera, ammesso sia possibile sceglierne il numero..


Le ragazze sono continuate a vista dal loro “uomo”, così so chiama adesso il magnaccia.


Le storie delle ragazze dell’Est sono dei veri incubi, peggiori dei drammi nelle tragedie di Shakespeare, e senza neanche un po’ della sua poesia. Moltissime vengono in Italia (o in altro Paese occidentale) per amore: i loro fidanzati le fanno arrivare col pretesto di averle trovato un lavoro, di sposarsi e formare una fimiglia in condizioni di benessere conquistabile con onesto impiego.


Poi le costringono a prostituirsi in strada; a essere violentate da loro, dai clienti, da altri magnaccia. A subire pestaggi e stupri di gruppo (lo stupro ha una valenza di iniziazione per le nuove arrivate e assicurarsi la sottomissione).


Inoltre devono pagare agli aguzzini l’affitto del marciapiede dove passano le notti, con prezzi che si aggirano intorno ai 300-400 euro.


Qualche storia?


Sasha, arrivata (caso più unico che raro) ancora vergine in Italia, e anche lei vittima di un imbroglio giocatale da conoscenti  verso i quali aveva malriposto la sua fiducia. Sulla strada per Massa, confessa ad uno dei suoi superiori la sua verginità: non può iniziare a lavorare così. La risposta che ottiene, la ragazzina quasi sicuramente minorenne, è pressappoco un ”risolviamo subito”: l’uomo chiama altri due suoi “colleghi” e assieme si impegnano nello stupro, la quale dopo l’aiuto ricevuto può e quindi deve iniziare a lavorare, come tutte le altre.


O la storia di Jessica, arrivata in Italia per raggiungere il suo fidanzato. Ha due figli concepiti in strada e almeno un aborto alle spalle: non vissuto in ospedale ma bensì indotto in strada a suon di calci e pugni inflittole al ventre. Questo perché per i suoi “protettori” una gravidanza rappresenta un freno ai guadagni: non tutti i clienti vogliono infatti giacere con una donna incinta.


 


Dopo pochi mesi ti abitui alla strada, dicono.


Le nuove ragazze si riconoscono facilmente: appaiono spaventate, terrorizzate, e con una gran voglia di fuggire da tutti quegli orrori.


Qualche ragazza ci dice di voler scappare. Non è facile: generalmente vengono private dei loro documenti appena arrivate, e spesso non hanno nessun altro luogo dove andare. Fortunatamente esistono in Italia associazioni che si occupano di dare sostegno e offrire un rifugio, una riabilitazione alle vittime della tratta. E nelle testimonianze che abbiamo raccolto ci sono persino casi in cui persone singole, italiani e non, si impegnano ad aiutare in una fuga, per poi portare l’esule negli appositi centri presenti in tutto il territorio nazionale.  L’esigenza primaria è sicuramente quella di offrire protezione e allontanare fisicamente la/il fuggitivo dai luoghi del crimine.


Ma non basta.. il riscatto è possibile ma solo all’interno di un lungo processo di riabilitazione, a tutti i livelli. Del resto cosa si è in grado di fare dopo aver vissuto simili esperienze di disumanità?  Trovare un lavoro che rispetti quanto meno la soglia minima di dignità della persona è possibile ma ciò che subiscono queste persone è troppo grave e doloroso perché possano da subito iniziare a vivere una vita “normale”..


In strada vi è un altro concetto di umanità. Per rappresentarlo si può usare il concetto sociologico di "istituzione totale”, per il quale si intende un luogo in cui un gruppo di persone vive per lungo tempo fuori dalla società, e si ciscuno si trova a dividere una situazione comune con gli altri membri e a trascorrere gran parte della vita in un regime chiuso e formalmente amministrato.  Come le carceri, i manicomi, i campi profughi, i centri di detenzione e privazione della libertà umana in generale, e le organizzazioni criminali.


Sono luoghi non-luoghi,  i cui codici di comportamento differiscono significativamente da quelli della quotidianità della  società civile, rispetto alla quale possono essere anche fisicamente separati (come le carceri) o viceversa esistere inclusi come un mondo parallelo e nascosto. Sull’individuo l’appartenere a una istituzione sociale ha effetti di slterazione della personalità, perdita del senso di identità e progressivo distacco dalla vita emotiva e affettiva; l’organizzazione agisce nei suoi confronti il controllo di ogni forma di comunicazione proveniente dall’esterno.


Altri fenomeni descritti da E. Goffmann e altri sociologi sono quello della “metamorfosi dei sensi” (alterazione della percezione sensoriale, che si riduce)  e il rituale di “spoliazione dei beni personali” che assicura che il/la nuovo arrivato crei anche a livello psicologico una netta separazione tra la vita precedente al suo ingresso nell’istituzione, il “prima”, e il “dopo”. 


Vi sono dei casi di donne, anche italiane, che scelgono di dedicarsi alla prostituzione a causa dei compensi che difficilmente riuscirebbero ad ottenere in altro modo. Spesso il livello d’istruzione non è elevato e in ogni caso chi decide di prostituirsi in strada cerca di riscattarsi da una situazione di disagio economico.


Una di queste donne è Angela: l’abbiamo incontrata una sera in strada e appariva riservata e indipendente: ha deciso di trasferirsi per qualche mese in un’altra regione e di lavorare 3 o 4 sere a settimana prostituendosi in strada ma senza nessun protettore-magnaccia. Mentendo con la famiglia sul lavoro trovato, si dedica ad allenarsi durante il giorno “per mantenere attraente il corpo e liberare la mente” e dedicandosi ogni giorno alle pulizie di casa “perché odia vivere nello sporco”. Angela è una donna con dei sogni, di carattere forte da cui trapela grande dolcezza; vorrebbe sposarsi e avere una famiglia. Di lei, nessuno capirebbe mai la situazione incontrandola per strada.


“Profumo, pellicce, biancheria fine, gioielli: lussuosa arroganza di un mondo dove non c’è posto per la morte; ma essa restava in agguato dietro quella facciata, nel segreto grigiastro delle cliniche, degli ospedali, delle camere chiuse” Simone de Beauvoir


Le storie qui riportate sono tutte vere, sono decine le drammatiche storie raccolte, e qua ne ho riportate alcune, cambiando i nomi, per portare un quadro il più possibile esaustivo. Questo è un mondo che può apparire incomprensibile e distante, estraneo dalle nostre vite: eppure queste sono le tragedie che si consumano nelle nostre strade, e conoscere di persona queste donne (e uomini) fa sì che l’empatia lasci il posto alla diffidenza.


La riflessione da farsi è questa: qualunque individuo sia sottoposto a grossi traumi non può non riportare dei grossi cambiamenti in lui. L’individuo non vede concrete garanzie del diritto inalienabile della persona umana al benessere, felicità e realizzazione, mentre la sua quotidianità assume ben più foschi tratti.


La persona che subisce violenze, specie se reiterate per lungo tempo, non può che esserne destabilizzato nel profondo, portando a cambiamenti nei suoi valori e ideali. Come infatti si può continuare a credere sia giusto riporre fiducia verso il prossimo, e che ci sia un bene nel mondo? Non dopo essere stati traditi dall’uomo che amavi,  o da chi si è presentato come il tuo salvatore per fuggire da una situazione di sofferenza..


Il risultato è lo sviluppo di una forma di devianza e di psicosi: infatti le persone che si prostituiscono in strada non sono accettati nella società e sono relegati ai margini, relazionandosi esclusivamente con chi fa parte dello stesso malsano ambiente, coi quali condividono stessi codici comportamentali, e comuni idee sul “bene”, il “giusto”, ma anche per questioni apparentemente minori come il mangiare e il bere.


Non possiamo girare la faccia e fingere di non vedere: il racket della tratta di esseri umani esiste, produce elevati fatturati ogni anno a costo della sofferenza di migliaia di vittime, anche minorenni. E tutti conosciamo persone, forse addirittura amici familiari vicini di casa, che sono clienti (per quanto difficilmente questo fatto è oggetto di conversazione).


Eppure è necessario porre attenzione al problema, superando quello che può essere definito un tabù sociale, per ripensare a formalizzare il reato per chi sostiene e alimenta tale sistema criminale, che riduce in schiavitù un altissimo numero di esseri umani. Sfuggono dalla miseria o dalla violenza, per arrivare in un mondo del lavoro sbagliato e disumano.


Riguarda tutti noi in quanto cittadini che abitano sotto lo stesso cielo.