Terzo settore e società civile: il groviglio che la sinistra non riesce a sciogliere

Di Maio propugna un nuovo statalismo e lo fa per la mancanza di idee della stessa sinistra e alla sua incapacità di non farsi intimidire dai liberali

Volontariato

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Mario Giro 4 agosto 2019
“Questi scandali accadono quando lo Stato si ritira dando spazio a imprese, cooperative, Onlus, magari politicamente o ideologicamente vicine, con una esternalizzazione o peggio privatizzazione dei servizi pubblici” dichiara sulla Stampa il Vicepremier Di Maio riferendosi all’inchiesta su Bibbiano. Si tratta di una posizione che tanto tempo fa era di “sinistra” e oggi riceve l’endorsement del governo giallo-verde. Non è la prima volta che il M5S attacca il terzo settore e la società civile in genere.
Riavvolgiamo il nastro della storia politica italiana per capire la controversia. Negli anni Settanta e Ottanta le formazioni di sinistra (anche extraparlamentare) criticavano il mondo cattolico accusandolo di assistenzialismo e auspicavano un controllo pubblico assoluto su tutto ciò che era “sociale”. Per la sinistra dell’epoca la società civile non esisteva: si trattava di un’invenzione cattolica o liberale. Secondo loro esistevano solo le classi e la solidarietà di classe. Chi faceva leva sulla trasversalità era considerato sospetto. La DC dal canto suo aveva sempre lasciato la società assai libera di intervenire un po’ perché credeva nella logica della “sussidiarietà” ma soprattutto perché si trattava di un partito interclassista. Inoltre l’attività delle associazioni in parte sopperivano alle mancanze del settore pubblico.
Analizzata come un caso a sé in Europa (ad esempio dal Censis), la società italiana diveniva centrale nel dibattito politico e nelle indagini sociali di quegli anni: una vitalità indiscussa sia sul piano economico che sociale, che dava vita a miriadi di iniziative imprenditoriali e socio-assistenziali che la intessevano “dal basso”. In questo facevano la loro parte anche le “cooperative rosse” che tuttavia la sinistra italiana considerava figlie di una logica di sistema e non tanto il frutto di una libera iniziativa dei cittadini autorganizzati. In campo cattolico invece si continuava a privilegiare quest’ultima, legata tradizionalmente ai valori del cooperativismo cattolico, della solidarietà e della carità della Chiesa. In campo laico nel sociale c’era poco se non –con il tempo- l’eredità pezzi di tale variegato mondo che si andava secolarizzando. Era in uso in quegli anni dire che l’Italia aveva una società talmente vivace da poter sostituire alle mancanze dello Stato. L’esempio più macroscopico e attualissimo di tale evoluzione è ancor oggi sotto gli occhi di tutti: il fenomeno badanti (forse oltre un milione) nato per l’assenza di una politica d’assistenza (domiciliare e non) di anziani e malati.
Da sinistra in quegli anni si critica la visione centrata sulla “società” sostenendo che lo Stato deve essere sempre l’architetto e l’esecutore primario di ogni buona politica. La DC era considerata lassista e si accusava (con buone prove in effetti) la deriva clientelare e semi privatizzante di tale tendenza. Il centro del dibattito si concentrava sul “familismo amorale” italiano che contaminava la società attorno. Di conseguenza il mondo delle ONG (e in seguito delle Onlus) è nato distante dal PCI e dalla sinistra che non le hanno mai davvero amate: troppo indipendenti e libere dal controllo sociale del sistema-partito. Al massimo si potevano accogliere tali istanze all’interno delle organizzazioni “sorelle”: sindacati, ARCI o simili.
Negli anni Novanta arriva l’onda liberale-liberista e tutto cambia, soprattutto a sinistra. A trionfare è l’idea della liberazione da “lacci e lacciuoli” e ciò vale non solo per l’economia ma anche per il settore sociale. Sul terreno economico inizia la lunga fase della critica al sistema delle “cooperative rosse” e delle banche ad esse legate: l’accusa è di sfuggire alle regole del mercato cioè di usufruire di privilegi di scambio. Si raccomanda di privatizzare tutto, che diviene il nuovo mantra. Le organizzazioni della società civile si moltiplicano e iniziano ad allargare il loro campo d’azione. La novità più rilevante è la nascita di una nuova tipologia: il privato-sociale (o non-profit), una forma di organizzazione che applica le regole del mercato (quindi partecipa alla privatizzazione dei servizi socio-assistenziali prima e sanitari poi) ma reinveste gli utili nell’attività stessa, senza produrne per gli individui (proprietari o associati). Il privato-sociale trionfa nel corso degli anni Novanta e scavalla il millennio: la sua capitale è la Lombardia dove esso è supportato da Forza Italia che si è fatta paladina del nuovo corso. Anche la Lega Nord si inserisce nel sistema ma in modo meno legato al sociale o sanitario: le interessa piuttosto il mondo delle micro-imprese. Inizia da quel momento la battaglia leghista anti tasse: se privatizziamo tutto allora lo Stato ha meno diritto di raccogliere imposte.
La sinistra è presa in contropiede: in pochissimi mantengono l’idea che debba essere lo Stato a occuparsi di tutto mentre la gran maggioranza dei leader del PCI-PDS-DS e alla fine PD si immerge acriticamente nell’onda liberista vincente. È la fase blairiana della sinistra globale, quella della terza via, che segue la corrente senza accorgersi di perdere identità. In Italia le regioni rosse tentano una manovra azzardata: trasformare il “sistema” cooperativo (banche incluse) nel nuovo tipo emergente “privato-sociale”. Da una parte privatizzano, dall’altra si inseriscono nel settore non-profit. Ma gli antichi legami e schemi di solidarietà politica non vengono meno e nel corso del tempo tale trasformazione fallisce lasciando intravvedere numerose aporie. La critica più frequente che i cittadini fanno oggi alle (ormai ex) regioni rosse è di aver sempre trattato con “le stesse persone e le stesse aziende”. Tuttavia nella fase in cui Forza Italia è divenuta il perno della politica italiana, il sistema si adatta e non tracolla: nessuno (nemmeno Tremonti, il più critico nei riguardi della “sinistra economica”) ha interesse a provocare una catena di fallimenti. Al massimo ci si combatte per il controllo dei pezzi della catena: vedi la lunga guerra sulle fondazioni bancarie. Di fatto le privatizzazioni (iniziate già dalla DC a metà degli anni Ottanta) avvengono senza che qualcuno si allarmi per la perdita di “campioni nazionali” o “aziende di sistema”, come avviene ora, dopo un brusco risveglio. L’Italia perde in quegli anni le sue aziende più importanti, complice non solo l’ideologia liberista ma anche il vento di Mani Pulite. Oltre al principio ormai intoccabile che lo Stato sia inefficiente e non sappia gestire, si afferma anche l’idea che “piccolo è bello” e che “grande è corrotto”. Ciò vale per l’economia come per il socio-assistenziale.
La dottrina liberista fallisce bruscamente con la crisi 2007-2008. Ma si era già infranta prima nell’incapacità del sistema nel suo complesso di sopperire mediante le privatizzazioni alla ritirata dello Stato. In molti settori la fine delle grandi aziende nazionali di sistema ha trasformato l’economia italiana da protagonista mondiale a sub-fornitore di altri (in genere tedeschi). Oggi non abbiamo più un polo chimico, né avionico, né di telecomunicazioni, né alimentare ecc. Tutto si è polverizzato e non basta accusare l’individualismo italico: si tratta di una scelta politica precisa.
Così è accaduto anche nel sociale e sanitario: la crisi del SSN e dei sistemi socio-assistenziali nazionali adeguati, mentre si sviluppa il non-profit privato. Si pensi soltanto all’assistenza domiciliare mai veramente nata o alla mancanza di assistenza post ospedaliera. Il pubblico ha preferito concentrarsi sul sistema ospedaliero caricandolo un po’ di tutto, ma accettando anche qui l’entrata dei privati convenzionati. Di fatto il sistema socio-sanitario italiano si è da una parte privatizzato (famiglie e privato-sociale), dall’altra concentrato su pochi grandi apparati. Non è sorta nessuna sanità diffusa sul territorio (contribuendo così all’abbandono di intere aree), né un sistema pubblico efficace di assistenza (si pensi ai comuni senza risorse), tantomeno una vera struttura pubblica di prevenzione. L’aver poi “passato” alle regioni la sanità ha contribuito alla sua frammentazione e a fenomeni corruttivi diffusi: malgrado il discorso ufficiale le classi dirigenti regionali si sono rivelate in buona sostanza peggiori di quella nazionale.
Oggi si ripensa a tutto questo e c’è finalmente chi inizia a dire che la scelta degli anni Novanta fu un disastro per l’Italia. L’impronta politica di Forza Italia ha portato il paese in una “terra di mezzo” senza qualità. La stagione dell’Ulivo è stata troppo breve per sovvertire tale tendenza e forse nemmeno ne aveva la volontà. Siamo diventati un paese privatizzato ma ancora molto legato ai sussidi statali: di fatto un sistema economico e socio sanitario privato ma sussidiato dal pubblico, con sprechi dilatati. Una realtà abnorme e inefficiente. Su tutto questo ci sarà da fare una scelta in futuro.
La litania sulle benemerenze del “mercato” non ha creato una generazione di imprenditori davvero capaci di competere globalmente. Il mantra del “piccolo è bello” ha cullato le nostre illusioni per anni, di fatto disincentivando la creazione di una vera e propria classe imprenditoriale. L’amoralità del sistema italiano si riproduce ad ogni passo: clientelismo, corruzione, illegalità diffusa anche se di piccolo taglio. La funzione di controllo e manutenzione (in teoria statale ma anch’essa parcellizzata) è stata quasi completamente disertata (vedi ponte Morandi). Anche nel sociale la parabola è stata la medesima: tutti i dati internazionali dimostrano che abbiamo una sanità da primi posti ma al contempo si è ingenerata una insicurezza collettiva: quella di essere “curati a metà”.
La sinistra su questo non ha avuto nessuna idea da proporre e ha seguito l’onda. Ha molto amato il privato-sociale (con la passione dei neofiti) restando però sotto sotto ostile quando era di marca cattolica. Ha voluto le privatizzazioni ma non ha avuto il coraggio di portarle a termine nel senso di una nuova cultura imprenditoriale. Ha dato inoltre molte prove di non crederci fino in fondo, in particolare quando si toccavano suoi interessi locali. Infondo ha fatto come la destra di Forza Italia e della Lega Nord: un discorso pubblico di un tipo, comportamenti locali di altro genere. Fino all’arrivo dei Cinque Stelle.
Oggi è il M5S a recuperare lo statalismo cioè il ruolo primario del pubblico, la centralizzazione delle istituzioni e cerca di farlo “senza partiti”. Il pubblico anni Settanta-Ottanta infatti era troppo legato alla partitocrazia, alla “repubblica dei partiti”. L’idea Cinque Stelle è “legalità” cioè uno Stato che controlla tutto e che non è controllato da nessuno: un Stato imparziale e neutrale di fronte ai cittadini. Il M5S non vuole tornare indietro ma ricentralizzare in modo nuovo. Qui si innesta la sua alleanza con la “nuova” Lega di Salvini. Ve lo immaginate Bossi con le felpe della polizia di Stato, lui che sosteneva i Serenissimi e voleva la polizia locale? Ve lo immaginate Miglio sovranista, lui che voleva la secessione? La connessione tra M5S e nuova Lega avviene quando Salvini (prima degli altri) capisce che è ora di abbandonare il federalismo e puntare tutto sulla sicurezza. Il suo problema è che si tratta di una politica tutta fatta di annuncio, immagine e grida scomposte: non lo vediamo impegnato nella lotta anti-mafie ma nella lotta ai vu cumprà e ai rom; non lo osserviamo impegnato contro il caporalato e lo schiavismo ma a prendere a urla l’ultima nave ONG…e così via.
Sono uguali M5S e Lega? No, non lo sono anche se hanno scoperto come portare avanti una forma di “collaborazione competitiva”. Si capisce bene che i liberali di oggi –quasi tutti ormai nel PD o attorno- siano più preoccupati dai Cinque Stelle: essi rappresentano un’alternativa totale cioè “Stato e non mercato”. Si tratta di una sfida a morte. Anche la Lega partecipa a questa lotta ma al suo interno è divisa: i vecchi leghisti non vogliono rafforzare lo Stato … e auspicano l’autonomia. Salvini dovrà dunque decidere cosa fare…
Se oggi Di Maio rispolvera un suo vecchio slogan, la sinistra lo deve solo alla mancanza di idee di quest’ultima e all’incapacità di non farsi intimidire dai liberali (moderati o iperliberisti che siano). Ma molti del PD hanno già troppo spesso aderito al social-liberismo blairiano per potersene oggi distaccare. Di Maio dice che lo Stato deve riprendere il controllo come il PCI diceva da sempre; Di Maio è statalista e la sinistra lo è stata per decenni. Anzi oggi lo è la maggioranza degli italiani, gli stessi che per anni hanno criticato lo Stato in ogni modo. Questo è il groviglio in cui ci siamo infilati da soli.